
(di Paolo Petroni) MARIO ANDREOSE, ‘UN’EDUCAZIONE
VENEZIANA’ (LA NAVE DI TESEO, pp. 204 – 20,00 euro) Se il tema di questo racconto autobiografico di Mario
Andreose, classe 1934, sono inevitabilmente i libri, le letture,
le scoperte di chi ha dedicato ad essi una vita lavorando ad
alto livello nell’editoria, la protagonista, in primo piano o
sullo sfondo, ricordata nei particolari e nei luoghi con amore,
ma con stile asciutto, senza alcuna sbavatura, però è certamente
Venezia, sua città natale dove ama sempre ritornare.
Ecco allora che la narrazione si apre alle Zattere e Campo
Sant’Agnese dove si esulta per l’entrata in guerra, il 10 giugno
1940, dell’Italia contro gli odiati inglesi, ricordando, anche
con quel filo di ironia che si è sempre letto negli occhi
dell’autore, quale realtà avessero creato le Sanzioni, la
propaganda fascista sul ‘Corriere dei Piccoli’ e sui muri. E si
chiude col venezianissimo Premio Campiello, citando l’ospitale
casa a San Trovaso di Liselotte Hohs e una sera all’Hotel
Danieli con Gesualdo Bufalino, per elencare poi tutte le
vittorie con la Bompiani e La Nave di Teseo (casa editrice che
ha contributo a fondare nel 2015 con Elisabetta Sgarbi e Umberto
Eco e di cui oggi è Presidente).
In mezzo ricordi di nuotate nel canale della Giudecca, di
messe servite da ragazzino nella parrocchia di Santa Maria ai
Gesuati, e soprattutto i mille incontri, cercando magari di
farli aspettando fuori dell’Harry’s Bar, che si potevano fare in
una città culturalmente vivacissima. Senza dimenticare notazioni
come: “Nello scorrere degli anni, ho potuto assistere, anche
grazie all’esodo di amici e conoscenti, quanto la città si
stesse spopolando. A partire da un certo momento, non sono più
stato in grado di interloquire in dialetto con persone a me
note, con l’eccezione dei miei familiari”.
Ha 22 anni quando inizia la sua avventura lavorando prima
come correttore di bozze o compilatore di indici per Feltrinelli
e poi, grazie a Mondadori, entrando nel 1958 al Saggiatore
appena nato, dove la sua vita, e non solo il lavoro – come dice
– è nutrita dalle parole e le opere di Debenedetti, Paci,
Cantoni, Argan e di tutti gli altri autori di quella casa
editrice. Lui che, amante del cinema, del teatro (provò anche a
far l’attore), dell’arte, curioso di fumetti o canzoni, si era
formato principalmente attraverso la letteratura, grazie alle
aperture che portò con sé la Liberazione.
“La scoperta dell’America ha avuto, a Venezia, un andamento
diverso rispetto al resto del paese. Ci mancava la Jeep, il
meraviglioso veicolo che in un celebre manifesto sbucava
d’impeto da un pacchetto di Lucky Strike”. Ma non vi mancò
invece l’apertura dell’Usis con la sua biblioteca e i romanzi,
sotto il fascismo vietati, di James Cain, tanto amati dal
cinema, di Hemingway, di Fitzgerald, mentre per i francesi e i
tedeschi (tutti quelli censurati perché ebrei o contrari al
regime) e i russi c’era il servizio pubblico della Biblioteca
Marciana: “Un nuovo inebriante orizzonte quello della
letteratura contemporanea, estraneo ai programmi scolastici”.
Basti per capire i tanti suoi grandi incontri, di persona o
letterari, scorrere l’indice dei nomi, dove sono anche i titoli
dei libri, che andando a vedere si scoprirà come spesso siano
presentati in poche righe perfettamente. Senza dimenticare gli
artisti e le mostre, quelli che abitavano a Venezia, da Felice
Carena e Virginio Guidi sino a Carlo e Tobia Scarpa, o
l’esperienza della stagione di mostre di Palazzo Grassi.
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