
“Voglio che la verità venga, sono
pronto ad alzarmi in piedi e a dire ai magistrati italiani
quello che so”. Promette di collaborare all’inchiesta della
Procura di Milano sui cosiddetti cecchini di Sarajevo Aleksandar
Licanin, all’epoca volontario in un’unità corazzata
serbo-bosniaca. In un colloquio con il giornale britannico the
Times l’uomo, oggi 63enne, parla di oltre 11.500 persone uccise
tra il ’92 e il ’95 nella Sarajevo assediata dai serbo-bosniaci.
“Sparavano a donne, bambini e anziani – ha detto -. Erano fuori
controllo”.
Alloggiati in un complesso vicino al cimitero ebraico,
secondo Licanin gli stranieri avrebbero consegnato dai 500 ai
1.000 marchi tedeschi per ottenere un posto da cecchino in
edifici alti. “Indossavano costosi giubbotti di pelle e mi è
stato detto che erano italiani, tedeschi e britannici – ha detto
il testimone al quotidiano inglese -. Li aiutavano a trovare i
bersagli, e sparare dal cimitero era un tiro pulito: avevano
tutto. Ricordo una donna romena che deve aver ucciso più di
dieci persone”. Dopo quella che Licanin definisce “la caccia”, i
cecchini per divertimento “Festeggiavano l’uccisione di persone
mangiando e bevendo. Erano dei veri sadici”.
Dopo la guerra Licanin, che il Times ha incontrato in Bosnia,
dove vive, si è sposato e ha trovato lavoro come boscaiolo. “Mia
moglie dice che ho ancora incubi, anche se non li ricordo al
mattino – ha concluso – Gli stranieri che arrivarono a Sarajevo
avevano la mente malata. Scommetto che non hanno incubi”.
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Fonte Ansa.it