
“Saman è stata condannata a morte da tutta la famiglia” e la decisione di ucciderla non può essere maturata all’improvviso per una arrabbiatura in casa, la sera del 30 aprile 2021, come sostenuto invece dalla Corte di assise di Reggio Emilia che con la sentenza di primo grado ha “offuscato la realtà”.
L’atto d’accusa è in un passaggio della requisitoria della procuratrice generale Silvia Marzocchi nel processo di appello sull’omicidio della 18enne pachistana, per cui sono imputati il padre, la madre, lo zio e due cugini della ragazza. Dopo aver parlato per cinque ore, la pubblica accusa non ha terminato e proseguirà lunedì pomeriggio, quando saranno formulate le conclusioni e le richieste di pena. I genitori, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, hanno avuto l’ergastolo in primo grado, lo zio Danish Hasnain è stato condannato a 14 anni, i due cugini Nomanhulaq Nomanhulaq e Ikram Ijaz sono stati assolti. E l’appello della Procura si concentra principalmente sul riconoscimento della responsabilità di questi ultimi e sull’aggravante della premeditazione, esclusa a Reggio Emilia. La pg Marzocchi si è soffermata tra l’altro sul valore della testimonianza del fratello di Saman, valutando come attendibili le sue dichiarazioni, a differenza della Corte di primo grado.
“Racconta le cose per come sono. Nei passaggi fondamentali delle sue dichiarazioni”, fatte in diverse occasioni, “dice sempre le stesse cose”. Le due rappresentanti dell’accusa, oltre a Marzocchi anche la pm reggiana Maria Rita Pantani, hanno criticato duramente la sentenza appellata: “Più parole avrebbero dovuto essere scritte per restituire l’inumanità, l’atrocità, il contesto e la modalità dell’uccisione di questa giovane ragazza, e meno parole erano necessarie, invece, rispetto a quelle che sono state scritte nella corposa motivazione, per valutare oggettivamente tutti i fatti e per comporli seguendo un ragionamento lineare, logico, rigoroso e rispettoso delle evidenze processuali”. Secondo la Procura generale la Corte di assise ha eliminato prove decisive, “travisando le dichiarazioni di testimoni, discostandosi dagli accertamenti peritali, fino a costruire”, dunque, “uno scenario che offusca la realtà, che è purtroppo più basilare, nella sua drammaticità”. Un esempio è l’interpretazione del video del 29 aprile, il giorno prima dell’omicidio, che mostra i due cugini e lo zio con in mano le pale. “Al di là di ogni ragionevole dubbio quel giorno hanno scavato la fossa, poi riempita il giorno dopo. Nessun altro lavoro venne loro commissionato”, ha detto Pantani, confutando un passaggio della sentenza di primo grado. Sullo scavo e le operazioni di sepoltura della ragazza si è concentrata anche l’audizione del perito archeologo forense Dominic Salsarola, l’ultimo testimone sentito in aula. A deporre il corpo di Saman dove è stata trovata il 18 novembre 2022 sono state come minimo due persone. Nelle sue dichiarazioni, lo zio Danish ha detto che a scavare furono i due cugini.
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Fonte Ansa.it