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Marasco, ho vinto con la storia di un Gino Strada del passato

(di Mauretta Capuano) È stato “un Gino Strada” del
passato Ferdinando Palasciano, il grande medico dell’Ottocento
protagonista del romanzo di Wanda Marasco, ‘Di spalle a questo
mondo” (Neri Pozza), vincitore del Premio Campiello 2025 con 86
voti.
    Lo racconta la scrittrice all’ANSA il giorno dopo la vittoria e
una notte quasi insonne per l’emozione. “Alla vigilia avevo
tanta paura, ma Il Campiello è un premio libero, prestigioso,
con una giuria competente e rigorosa” dice.
    “Palasciano ha sempre praticato la necessità della cura da
portare a tutti indiscriminatamente e soprattutto ai poveri e
agli ultimi. Ha cominciato la sua avventura con l’impeto di un
Gino Strada. Le affinità tra i due sono straordinarie” afferma
Marasco. “C’è una verità storica. Palasciano è stato il primo a
proclamare il principio di neutralità dei feriti di guerra.
    Venne anche condannato a morte, a Messina nel 1848, perché
curava feriti dell’altra parte. È una figura attualissima. Ce ne
sono stati sicuramente altri e ce ne sono tanti di medici così
in questo momento, che non fanno rumore e conosciamo di meno.
    Rappresentano quella parte di umanesimo applicato alla scienza
di cui ci sarebbe tanto bisogno” spiega Marasco.
    Nei suoi libri la scrittrice ha sempre affrontato il tema della
follia che in ‘Di spalle a questo mondo’ diventa una forma di
conoscenza insieme alla fragilità. Ma cosa la ha appassionata
della storia di Palasciano e di sua moglie la contessa Olga
Pavlova Vavilova che lui vuole guarire dalla zoppia? “Mi ha appassionata soprattutto la volontà etica di quest’uomo.
    Un eroe che non gridava, che non si rappresentava, un eroe
dell’intelligenza e del cuore. Olga è la forza dell’amore che
conosce ogni istante dell’appartenenza a una creatura cara,
conosce il dubbio, la voglia di fuggire dalla malattia. Colma di
eros e di dedizione materna. Erede di tanti archetipi della
letteratura, è espressione di cosa una donna riesce a fare
quando ha compreso la fragilità umana e la ama. Alle donne come
non mai spetta questo compito di orientamento, di guida. La
donna è capace di grande progettualità, ma anche di inserire un
passo di misericordia”.
    Marasco, commossa dalla loro storia, ambientata a Napoli, ha
fatto diventare Ferdinando e Olga “maschere per dire tutto
quello che volevo quando noi viviamo l’amore, la gioia, la
malattia, la fragilità, la caduta degli ideali. Viviamo – dice –
in un mondo di guerre e disumanità. L’utopia dei miei
protagonisti tendeva al recupero dell’umano per l’umanità. È
questa l’eredità che ci hanno lasciato: il senso dell’umano
perché se non esiste cura per l’altro, verso l’altro – e sta
succedendo quello che sappiamo tutti nel mondo – c’è il trionfo
del disumano”.
    Follia, dolore, amore, morte, fragilità si intrecciano nelle
oltre 400 pagine del libro e “sono sempre intrecciati nelle
nostre esistenze come nella letteratura, soprattutto oggi come
ci mostrano le cronache terribili. Accade di tutto, dai
femminicidi al suicidio o all’uccisione dei bambini. Queste cose
sono nella nostra esistenza anche se qualche volta ci sembrano
lontane e non è vero, perché l’altro siamo noi e la vicenda
spazio-temporale può cambiare da un momento all’altro”.
    Napoletana sui generis, Marasco racconta una Napoli “completamente inedita, che può essere una qualunque città del
sud del mondo, che contiene in se stessa rivolta, pensiero,
ombre, guasti e tanta capacità di fare arte e cultura”.
    A Capodimonte, racconta, “avevo davanti a me questa torre
magnifica, misteriosissima, fatta erigere da Ferdinando
Palasciano. Da bambina mi faceva paura e ne ero affascinata
perché è proprio un magnete e nel paesaggio di Napoli è una cosa
inedita. Mi ha portato naturalmente a questa storia”.
    Autrice di un romanzo di impostazione classica che ha portato
per la prima volta alla vittoria del Campiello la Neri Pozza, la
scrittrice si considera un’outsider. “Spero di potermi sentire
così per tutta la vita. Mi interessa fare della scrittura un
fondamento di vita, essere scrittura e raggiungere l’altro.
    Voglio conservare una forma di candore e purezza che talvolta,
con il rumore mediatico, si rischia di perdere” racconta.
    Autrice di poesie, opere teatrali, oltre che di romanzi tra cui
Il genio dell’abbandono portato anche in scena dal Teatro
Stabile di Napoli, sta pensando a un nuovo libro? “Ci sto lavorando. Questa volta sarà la voce di una donna dei
nostri tempi, dagli anni Sessanta fino ad oggi, con una forte
risonanza tra la vita interiore e gli eventi storici”. Dei suoi
esordi precisa: “in realtà ho iniziato con 5 inediti di teatro
che prima o poi verranno fuori. Poi pezzi di istintualità
poetica, ho troppo rispetto per la poesia”.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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