
Il microbioma dei bambini viene
modellato anche dalle relazioni sociali, fin dalla tenera età.
La conferma arriva da un lavoro condotto dal Dipartimento di
Biologia cellulare, computazione e integrata dell’Università di
Trento e pubblicato dalla rivista scientifica Nature. Il gruppo
di ricerca di Metagenomica Computazionale ha indagato la
trasmissione del microbioma in contesti e fasce d’età finora mai
esplorati in collaborazione con l’Ufficio servizi per l’infanzia
e istruzione del Comune di Trento e di tre nidi d’infanzia.
L’analisi si è concentrata su come vengono acquisite le
componenti batteriche del microbioma. La risposta è: non solo
dalla famiglia, ma anche – e forse di più – dalla società. Le
persone coinvolte sono state 134. Tra loro 41 frequentanti il
primo anno di nido tra i 4 e i 15 mesi di età (sei i gruppi
coinvolti delle tre strutture), i loro genitori, fratelli e
sorelle e gli animali domestici presenti in famiglia, educatori,
educatrici e personale in servizio nei nidi. Da settembre 2022 a
luglio 2023 sono stati raccolti regolarmente campioni di ogni
partecipante poi studiati attraverso il sequenziamento
metagenomico e l’analisi bioinformatica dei dati ottenuti.
Un’operazione che ha consentito di profilare le singole varianti
delle specie batteriche (ceppi) e mappare la loro condivisione e
trasmissione tra le persone nel tempo grazie anche a nuovi
metodi informatici sviluppati appositamente dal gruppo di
ricerca.
“Quello che abbiamo osservato – spiega in una nota
dell’Università di Trento Liviana Ricci, assegnista di ricerca
al Cibio e prima firmataria dell’articolo – è che durante i
primi tre mesi il numero di ceppi iniziava a essere condiviso da
chi era nello stesso gruppo, ma non da coloro che frequentavano
nidi d’infanzia diversi. Inizialmente, quindi, i bambini tra
loro non avevano di norma nessun ceppo in comune. Alla fine
della nostra attività abbiamo riscontrato che, in media, circa
un 20% dei ceppi presenti in ognuno era condiviso con almeno
un’altra persona al nido” Altro aspetto interessante è l’impatto degli antibiotici: “L’assunzione non solo elimina il patogeno per il quale il
farmaco viene assunto ma, come effetto indesiderato, diminuisce
anche la quantità e varietà batterica del microbioma. Nel
bambino invece, ed è questa la novità – evidenzia Nicola Segata,
coordinatore scientifico del lavoro – nel periodo seguente al
trattamento antibiotico si notava un incremento
nell’acquisizione di nuovi ceppi o di nuove specie dai propri
coetanei. Questo perché probabilmente il disequilibrio
intestinale indotto dall’antibiotico rendeva l’intestino del
bambino più pronto ad accogliere batteri esterni e ripristinare
quindi una più adeguata configurazione microbica”.
Il risvolto pratico di queste conoscenze di base potrebbe
riguardare future strategie di intervento basate sul microbioma.
“L’uso della trasmissione artificiale del microbioma attraverso
trapianti fecali in alcune categorie di pazienti oncologici
sotto terapia immunoterapica, ad esempio – anticipa Segata – è
già stato tentato con successo in altri studi a cui abbiamo
contribuito e comprendere i modelli di trasmissione potrebbe
portare a strategie preventive e ad approcci bioterapeutici
mirati”.
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Fonte Ansa.it