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Grasso racconta il maxiprocesso, ‘frontiera di democrazia’

La chiamata arrivò a metà luglio
del 1985. Il presidente del tribunale di Palermo, Franco Romano,
telefonava a Pietro Grasso per affidargli l’incarico di giudice
a latere del maxiprocesso. Cominciava così un’esperienza unica,
straordinaria, faticosa e rischiosa che Grasso ricostruisce
nelle pagine fitte di un libro, “U maxi”, edito da Feltrinelli,
che sarà presentato il 10 febbraio, nel giorno in cui ricorrono
i 40 anni dall’inizio del grande processo alla mafia. La sede
scelta ha un valore simbolico: l’aula bunker nella quale Grasso,
a fianco del presidente Alfonso Giordano, visse guardato a vista
e isolato dal mondo, per quasi due anni: dal 10 febbraio 1986 al
16 dicembre 1987.
    Di quel periodo l’ex magistrato, che ha rivisitato una
montagna di documenti e filmati, ricorda e racconta praticamente
tutto: l’ingresso dei parenti delle vittime, le deposizioni che
a volte diventano silenzi, la dignità ferita di chi chiede solo
giustizia. E dietro questa rappresentazione dei momenti cruciali
del dibattimento si intravedono i volti e le storie delle
vittime ma anche le voci delle vedove e il coraggio delle donne
che si sono costituite parte civile.
    Insieme con l’incarico a Grasso arrivarono le prime minacce
che scatenarono in famiglia un grande subbuglio. La moglie era
sconvolta, si poneva l’esigenza di proteggere anche il figlio.
    Delle minacce e delle pressioni rimane il ricordo ma anche la
spinta ideale per considerare il maxiprocesso una tappa
fondamentale. “Non fu – scrive Grasso – solo una battaglia vinta
nei tribunali, ma una svolta di civiltà: la dimostrazione che lo
Stato, quando si riconosce comunità, può affrontare e
sconfiggere la paura. Fu il frutto di un lavoro collettivo –
magistrati, forze dell’ordine, istituzioni, cancellieri,
testimoni, giornalisti – e di vite spezzate”.
    Il clima pesante non accompagnò solo le udienze, gli
interrogatori, le testimonianze. Si fece sentire anche dopo la
sentenza (19 ergastoli, 2665 anni di reclusione). “Nei giorni
successivi alla lettura della sentenza, l’aula bunker – ricorda
Grasso – tornò lentamente al silenzio. I giornalisti lasciarono
Palermo, gli avvocati smontarono i loro faldoni, le gabbie si
svuotarono, e quell’enorme spazio che per quasi due anni era
stato il cuore pulsante della giustizia divenne un luogo
sospeso, quasi irreale. Rimase l’eco delle voci, delle arringhe,
dei giuramenti, delle urla, dei pianti – ma anche una sensazione
inedita di stanchezza profonda e liberazione insieme. In quelle
ore, mentre rileggevo i primi articoli sui giornali e le prime
interpretazioni, capii che il maxiprocesso non era solo una
sentenza: era diventato una frontiera della democrazia. Non con
la vendetta, ma con il diritto. Non con l’odio, ma con la
pazienza della prova, la fatica dell’ascolto, la fermezza della
legge”.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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