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Export nel sud-est asiatico, le imprese sarde rischiano di restare indietro

L’export verso il Sud-Est
asiatico cresce rapidamente, ma le imprese sarde rischiano di
restare ai margini di uno dei mercati più dinamici al mondo. È
quanto emerge dal report di Confindustria Sardegna “Il Sud-Est
asiatico e le imprese sarde: stato dell’export e prospettive di
espansione”, realizzato dal Centro Studi e presentato in
concomitanza con la recente missione imprenditoriale in
Thailandia, che ha visto un gruppo di aziende sarde confrontarsi
direttamente con gli operatori locali.
    Il documento analizza il peso crescente dell’area Asean
nell’economia globale e mette in evidenza, al tempo stesso, “la
debolezza della presenza sarda in questa regione strategica. I
dati parlano chiaro: mentre il Sud-Est asiatico accelera, la
Sardegna non tiene il passo e l’export regionale verso i Paesi
Asean resta marginale e discontinuo, privo di una struttura
stabile”. Mentre, infatti, le esportazioni complessive italiane
verso l’Asean crescono ininterrottamente e a un ritmo medio del
10% annuo, quelle sarde oscillano senza continuità, passando dai
38 milioni del 2022 a un minimo di 9,6 milioni nel 2023, per poi
risalire a 15,8 milioni nel 2024, e scendendo nuovamente nel
primo semestre del 2025.
    “Nel 2021, quasi l’80% dell’export sardo verso la zona ASEAN
è dipeso da 15,9 milioni di macchinari e apparecchiature
esportati in Indonesia e un ulteriore 10% è da attribuire ai
prodotti chimici indirizzati in Malaysia – si legge nel rapporto
– Nel 2022 assistiamo a un forte incremento dei prodotti chimici
che, nuovamente indirizzati quasi esclusivamente verso la
Malaysia, sfiorano i 15 milioni di euro. Ancora maggiore,
tuttavia, è l’exploit dei prodotti in metallo verso la
Thailandia, per oltre 18 milioni di euro. Circa 2,3 milioni di
euro sono invece attribuibili a macchinari e apparecchiature, in
gran parte destinati a Thailandia e Filippine. La già accennata
contrazione del 2023 vede come unico settore rilevante per
l’export i prodotti chimici verso la Malaysia, comunque soggetti
a una drastica riduzione a circa 6,2 milioni di euro, che
scendono ulteriormente fino a poco più di 1,1 milioni nell’anno
successivo. Nel 2024, la ripresa è guidata dai macchinari e
dalle apparecchiature, che, con circa 11,3 milioni,
rappresentano oltre due terzi dell’export sardo totale verso i
Paesi ASEAN, grazie a volumi elevati verso l’Indonesia e
Singapore, seguiti dalle Filippine e, in misura più ridotta,
anche da Vietnam e Malaysia. Anche per quanto riguarda il primo
semestre 2025, sono i macchinari e le apparecchiature a
rappresentare quasi l’80% delle esportazioni sarde,
prevalentemente grazie a Malaysia e Singapore”.
    “Questa volatilità rischia di diventare un problema per la
competitività delle nostre imprese – avverte Andrea Porcu,
direttore di Confindustria Sardegna – Il Sud-Est asiatico è tra
le aree più dinamiche al mondo: attrae investimenti, ha una
classe media sempre più ampia e rafforza i rapporti commerciali
con l’Unione Europea. Un andamento delle esportazioni così
instabile indica la mancanza di relazioni strutturate e di
canali distributivi consolidati”.
    Il report sottolinea inoltre un elemento particolarmente
critico: settori in cui la Sardegna risulta sufficientemente
competitiva sui mercati globali – come l’agroalimentare, i
prodotti in metallo, i materiali per l’edilizia e la
cantieristica navale – appaiono poco presenti, o addirittura
assenti, nei flussi verso i Paesi Asean. “Un divario che, se non
colmato rapidamente, rischia di ridurre i margini di inserimento
della Sardegna in mercati che stanno vedendo una presenza sempre
maggiore delle altre regioni italiane”.
    “L’ASEAN sarà uno dei principali terreni di competizione del
prossimo decennio – conclude Porcu – Per questo è fondamentale
che le istituzioni accompagnino con continuità
l’internazionalizzazione delle imprese sarde. La recente
missione in Thailandia, realizzata con il contributo
dell’Assessorato regionale all’Industria, è un passo importante,
ma non ci si può fermare qui: senza politiche stabili e
investimenti mirati, rischiamo di rinunciare a opportunità
concrete in un’area destinata a ridisegnare gli equilibri del
commercio mondiale”.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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