
(ANSA) – BARI, 01 FEB – Uno studio realizzato dai ricercatori
dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro, recentemente
pubblicato sul prestigioso Journal of Hepatology Report
(https://www.jhep-reports.eu/article/S2589-5559(20)30137-3/fullt
ext) offre un contributo per la gestione di pazienti con obesità
e steatosi epatica, due patologie che coesistono frequentemente
e che sono in rapida e costante progressione epidemiologica.
L’accumulo di grasso nel fegato (steatosi epatica), in
particolare, è diventata – è detto in una nota dell’Università –
la più comune causa di malattia epatica cronica. Alla base della
steatosi vi sono alterazioni metaboliche quali sovrappeso,
obesità, diabete mellito, insulino-resistenza, indipendentemente
da cause virali epatiche o dall’assunzione di alcol. Se non
adeguatamente diagnosticata e trattata, la steatosi epatica “non
alcolica” (NAFLD) può indurre disfunzioni mitocondriali con
progressive alterazioni della struttura del fegato ed evolvere
verso quadri più gravi con necrosi cellulare e fibrosi sino alla
cirrosi epatica e il tumore epatico (epatocarcinoma).
“Lo studio dimostra – spiega il prof. Piero Portincasa,
coordinatore della ricerca – che l’accumulo di grasso può
causare precocemente una riduzione della capacità del fegato di
estrarre sostanze che provengono dall’intestino attraverso il
flusso portale e può alterare il funzionamento dei microsomi,
organelli la cui funzione è essenziale nell’epatocita. Questo
tipo di evidenze ha un ruolo fondamentale per la prevenzione
secondaria delle complicanze più gravi della steatosi”.
“Un’altra scoperta importante – precisa Agostino Di Ciaula, tra
gli autori dello studio – è che queste alterazioni possono
essere riconosciute precocemente utilizzando una tecnica
diagnostica facilmente eseguibile e non invasiva come il test al
respiro (breath test con isotopo stabile “carbonio 13”) per lo
studio della funzione epatica “residua”. (ANSA).
Fonte Ansa.it