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Morte avvelenate: autopsia, ‘diversa condotta medica non le avrebbe salvate’

Con ogni probabilità anche un
approccio diverso dei medici che ebbero in cura Antonella Di
Ielsi e Sara Di Vita, mamma e figlia morte nei giorni a ridosso
di Natale a Pietracatella per sospetto avvelenamento da ricina,
non avrebbe potuto impedire il decesso delle due donne a causa
dell’elevata presenza del veleno. A certificarlo, nero su
bianco, sono i risultati dell’autopsia depositata quattro giorni
fa ai quali sono allegati anche gli esami svolti dal centro
antiveleni ‘Maugeri’ di Pavia. “Alla luce dell’elevato
quantitativo delle tossine del ricino individuate agli esami
tossicologici, dell’assenza di antidoto specifico e della
rapidità evolutiva del quadro – scrivono Benedetta Pia De Luca,
Francesco Giovanni Battista Laterza, Alessandro Locatelli e
Daniele Merli -, non è possibile affermare che una diversa
condotta sanitaria avrebbe impedito il decesso della paziente”.
    L’autopsia, dunque, come anticipato dal Tg1, tenderebbe a
scagionare i cinque medici dell’ospedale Cardarelli di
Campobasso che ebbero in cura le due donne e che oggi sono
indagati con l’ipotesi di omicidio colposo. “Le indagini
chimico-tossicologiche eseguite sui campioni biologici” delle
vittime – si legge nelle 838 pagine – hanno fatto emergere “valori compatibili con un’intossicazione acuta da tossine del
ricino”. Conclusioni che confermano peraltro quanto già
stabilito proprio dal ‘Maugeri’ di Pavia. Secondo i medici che
hanno effettuato le autopsie, inoltre, “l’esposizione alla
sostanza tossica” sarebbe avvenuta “più probabilmente per via
orale”. “Inoltre – scrivono i medici -, la comparsa dei primi
sintomi nella mattinata del 25 dicembre orienta verso una
possibile esposizione avvenuta verosimilmente tra il 23 ed il 24
dicembre”, nei giorni in cui si consumarono i pasti delle feste
di Natale.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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