
Continua l’impegno della Cappella
della Sapienza e della Comunità “San Filippo Neri-E poi?” nel
sostegno agli studenti universitari detenuti. Dopo l’evento del
dicembre 2025 per il Polo universitario penitenziario
dell’Università Roma Tre, domani 25 maggio, all’auditorium della
Cappella della Sapienza-Università di Roma andrà in scena “La
forma del vuoto”, pièce teatrale scritta e diretta da Francesco
d’Alfonso per due attori e percussioni.
L’evento sarà articolato in due momenti della stessa
giornata. La mattina don Gabriele Vecchione, cappellano della
Sapienza e presidente della Comunità “San Filippo Neri-E poi?”,
accoglierà gli studenti di alcuni licei romani che assisteranno
alla rappresentazione. I giovani liceali doneranno materiale
didattico raccolto per gli universitari detenuti. La sera, alle
ore 20, lo spettacolo sarà replicato con ingresso libero ad
offerta, e l’intero incasso sarà devoluto al Polo universitario
penitenziario. “Dei circa 125.000 studenti della Sapienza, 73
sono detenuti: anche queste donne e questi uomini sono affidati
alle nostre cure pastorali – dice don Gabriele -. Ammesso che
studiare sia facile, studiare in carcere è ancora più difficile,
perché mancano le condizioni per studiare con calma e con
profitto: fa caldo d’estate, fa freddo d’inverno, c’è continuo
rumore, spesso non c’è la connessione wifi, spesso non ci sono
soldi per acquistare i manuali di studio, i tutor e i docenti
hanno difficoltà a entrare. Come Chiesa della Divina Sapienza
non possiamo abbandonare questi nostri studenti”.
“La forma del vuoto” racconta l’ingresso in carcere di una
donna, liberamente ispirata alla scrittrice Goliarda Sapienza,
che visse un breve periodo di detenzione nel carcere di
Rebibbia, e di un ragazzo diciannovenne romano: due modi opposti
di vedere la reclusione. Lei, colta e analitica, prova a
comprendere il carcere come sistema, lui, giovane e legato al
mondo dell’immagine, vive invece tutto sul piano
dell’immediatezza. È in questo spazio che si crea un vuoto: tra
ciò che si era e ciò che si è costretti a diventare. Tra
silenzi, paure, memoria e bisogno di essere riconosciuti, il
carcere diventa uno specchio che mette a nudo il rapporto tra
identità, tempo e libertà.
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Fonte Ansa.it