
L’esposizione, spesso invisibile e
quotidiana, alle sostanze chimiche presenti nell’ambiente
potrebbe spiegare, accanto alla predisposizione genetica e agli
stili di vita, perché alcuni pazienti oncologici sviluppano
complicanze cardiovascolari dopo le terapie, mentre altri,
sottoposti agli stessi trattamenti, non presentano alcun
problema. È la nuova pista di ricerca esplorata dalla
Cardiologia dell’Istituto dei tumori Pascale di Napoli in uno
studio pubblicato su Cardio-Oncology, rivista del gruppo Nature.
Il lavoro propone un’ipotesi biologica innovativa: il grasso
epicardico, il sottile strato di tessuto adiposo che avvolge il
cuore, potrebbe accumulare nel tempo gli interferenti endocrini
e diventare un microambiente capace di alimentare
l’infiammazione e aumentare il rischio di malattie
cardiovascolari nei pazienti oncologici. “Siamo esposti a un
vero e proprio cocktail di centinaia di molecole – spiega
Vincenzo Quagliariello, primo autore dello studio – L’aspetto
più importante è che l’esposizione avviene in dosi molto basse,
ma in modo continuo, per tutta la vita. Tra gli interferenti
endocrini più studiati figurano i bisfenoli, gli ftalati, i Pfas
– noti come forever chemicals per la loro lunga permanenza
nell’ambiente – e altri inquinanti persistenti che possono
rimanere nel suolo e nella catena alimentare per anni”. Si
tratta di un’ipotesi che richiederà ulteriori conferme cliniche,
ma che amplia il campo della cardio-oncologia.
Uno degli aspetti più innovativi dello studio riguarda il
tessuto adiposo. Oggi il grasso non è più considerato un
semplice deposito di energia, ma un vero organo endocrino,
capace di produrre molecole che influenzano il metabolismo e i
processi infiammatori. Molti interferenti endocrini sono
lipofili, cioè tendono ad accumularsi proprio nel grasso
corporeo. Da qui nasce l’ipotesi dei ricercatori. “Il grasso
epicardico – continua Quagliariello – potrebbe rappresentare una
sorta di deposito locale di queste sostanze, mantenendo uno
stato infiammatorio cronico a diretto contatto con il cuore e
con le arterie coronarie. Un meccanismo che potrebbe contribuire
a spiegare perché alcuni pazienti sviluppino più facilmente
aterosclerosi, infarto, fibrillazione atriale o scompenso
cardiaco, soprattutto dopo trattamenti oncologici potenzialmente
cardiotossici”.
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Fonte Ansa.it