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A Piancavallo l’ultima corona, il Giro è di Vingegaard

(di Federico Cristiani) Doveva essere padrone, ha chiuso da
imperatore. La salita di Piancavallo incorona definitivamente
Jonas Vingegaard con l’ultimo dei diademi mancanti nella sua
teca: dopo il giallo dei due Tour del 2022 e del 2023 e il rosso
della Vuelta dello scorso anno arriva anche il rosa del Giro
d’Italia. Una corsa controllata dal danese dalla prima settimana
fino alla ventesima tappa. Il corridore della Visma scatta prima
dei dieci chilometri dall’arrivo e fa subito il vuoto come e più
del solito, lasciandosi il tempo di assaporare nel finale le
ultime pedalate, la folla, il gusto di un dominio incontrastato
e di un’impresa che lo iscrive a pieno titolo nel gotha del
ciclismo.
    Anquetil, Gimondi, Merckx, Hinault, Contador, Nibali, Froome
e, adesso, anche Vingegaard. Solo in otto, nella storia, sono
riusciti a conquistare la ‘tripla corona’, e il danese –
soddisfazione aggiuntiva – lo fa prima dell’arcirivale Tadej
Pogacar. “Il Giro è sempre imprevedibile, molto duro, possono
succedere moltissime cose. I miei compagni sono riuscite a
controllarle tutte, e adesso per me arrivare a Roma vestito di
rosa è speciale – racconta il vincitore di tappa -. Oggi avevo
una maglia particolare, e il successo è anche un modo di onorare
le persone che sono state toccate dal terremoto di 50 anni fa”.
    “Il Friuli ringrazia e non dimentica”, recita infatti una
scritta sulla maglia rosa di giornata, per una tappa tutta in
regione con partenza da Gemona. Qui, prima del chilometro zero,
la carovana si ferma davanti al cimitero dove riposano 440
vittime del sisma del 1976. La tromba chiama il silenzio, che
solo dopo due intensi minuti ha modo di sciogliersi in un
applauso, particolarmente sentito dal beniamino di casa Jonathan
Milan. Poi i ‘girini’, come usava chiamarli allora, possono
partire alla volta di Piancavallo.
    In fuga non vanno in tanti, consapevoli che stavolta la tappa
sarà preda del gruppo. Sul primo passaggio a Piancavallo,
Vingegaard parla con Ciccone, già pronto alla volata per il Gpm,
e gli dice ‘vai pure, non ti contrasterò’: l’abruzzese, dunque,
mette in cassaforte la maglia azzurra di miglior scalatore.
    Sulla seconda ascesa, poi, la corsa scoppia, con i corridori che
si frammentano in tanti piccoli drappelli.
    Tra gli attaccanti, l’ultimo a cedere è l’ottimo toscano
Ludovico Crescioli, classe 2003, ripreso dall’implacabile
danese. Dietro al leader inizialmente sono tutti soli, ma nel
corso della salita si ricompattano e si forma un gruppetto con
Felix Gall, Jay Hindley, Derek Gee e un Thymen Arensman
supportato da un solidissimo Egan Bernal. La lotta per la maglia
bianca è meno accesa del previsto: Davide Piganzoli è in
giornata no e si stacca prima di Afonso Eulalio, si riporta
sotto ma non basta a recuperare un minuto al portoghese, che si
conferma dunque miglior giovane della corsa. Al traguardo Gall
si aggiudica lo sprint per la seconda piazza sopravanzando
Hindley, e sono le stesse posizioni che i due avranno sul podio
finale. A Roma, con una volata al Circo Massimo si concluderà la
109esima corsa rosa. Un’edizione con pochi padroni, da Magnier a
Narvaez, e anche con poche sorprese per quanto riguarda i giochi
che contano. Ma, d’altro canto, del valore di certi campioni
(come nell’attuale Roland Garros) ci se ne accorge solo in loro
assenza. Ben venga allora, ogni tanto, un dominio come quello di
Vingegaard. La capitale saprà dargli quello che merita: non c’è
sfondo migliore dei palazzi del Palatino per incoronare un
imperatore.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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