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A Vetulonia gli etruschi dialogano con De Chirico

Esemplari di vasi che spaziano
dall’età villanoviana a quella ellenistica, dal periodo arcaico
al classico, ceramiche attiche a figure nere, rosse, hydriai e
crateri con scene mitologiche e teatrali, manufatti in bronzo
sbalzati e graffiti. E accanto, le opere di artisti moderni che
elaborano una propria, personale, visione dello spirito
classico, come col “Giano Bifronte” di Gino Severini o gli “Archeologi” di Giorgio de Chirico.
    Il Museo civico archeologico di Vetulonia “Isidoro Falchi”
ogni anno promuove una mostra-evento sugli etruschi e le
relazioni con le altre culture. Quest’anno l’esposizione,
inaugurata dopo ferragosto e che resterà in mostra fino al 9
aprile, rivela una selezione dalle raccolte Roberto Bilotti
Ruggi d’Aragona.
    Curata da Simona Rafanelli, direttrice scientifica del museo,
e da Vincent Jolivet del Centre National de la Recherche
Scientifique di Parigi, l’insolita esposizione al Muvet, “Un
mecenate e i suoi tesori”, alza il sipario su una collezione
poliedrica come la personalità che l’ha messa insieme, un
appassionato d’arte e di antichi ceramografi, mecenate e
animatore culturale, erede della collezione archeologica Ruggi
d’Aragona.
    Dalla sua collezione arrivano esemplari vascolari dalla fase
villanoviana a quella ellenistica, dal geometrico e
orientalizzante al corinzio, dal periodo arcaico al classico,
con ceramiche attiche a figura nere attribuite a Antimenes,
Lysippides, Leagros, a figure rosse del pittore di Siracusa e
Berlino, magno-greche, hydriai e crateri con scene mitologiche e
teatrali, pestane, con i pittori vascolari Assteas e Python,
campane, lucane, apule e siceliote; ex voto plastici italici e
manufatti in bronzo sbalzati e graffiti. Su di loro pare che
veglino gli “Archeologi” di Giorgio de Chirico, due manichini
seduti e abbracciati i cui corpi sono costruiti con rovine
architettoniche classiche, con le testimonianze di un grande
passato, dalle memorie del Mediterraneo. Una sguardo, sul
passato e sul futuro, come quello del “Giano Bifronte” esposto
di Gino Severini ispirato al Culsans etrusco di Cortona.
    D’altra parte, “portare l’arte dove non c’è” e mettere le
proprie competenze al servizio pubblico, è una “missione di
vita” per Roberto Bilotti Ruggi d’Aragona: l’attività di
musealizzazione delle opere da lui raccolte punta infatti
proprio alla fruizione pubblica, e il collezionista partecipa
attivamente allo sviluppo di musei preesistenti e promuove la
formazione di nuove istituzioni culturali. I progetti
sperimentali di Bilotti sono, insomma, diretti all’interazione
con la collettività e con questo spirito ha contribuito a
creare, e ora cura scientificamente, il “Museo Bilotti a Villa
Borghese”, quelli di Arte Contemporanea e Ceramica a Rende; il “MAB”, Museo all’Aperto urbano di sculture a Cosenza; la sala
Boccioni e la sezione ‘900 alla Galleria Nazionale. Anche i suoi
palazzi barocchi a Palermo, restaurati, sono divenuti loro
stessi centri d’arte.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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