
(di Luciano Fioramonti) “I ghiacciai muoiono. Si vede che
stanno morendo. Sono il termometro della terra ma la loro fine è
segnata, non possiamo fare nulla per impedirlo ma possiamo
almeno renderci conto di questo fenomeno. Vorrei che fosse più
vivo e tangibile per tutti noi anche attraverso le mie
fotografie”. Sebastião Salgado, morto oggi a Parigi all’età di
81 anni, affiancava queste sue riflessioni alle immagini epiche
di un mondo destinato inesorabilmente a scomparire per effetto
del cambiamento climatico accelerato dall’inquinamento globale.
Il maestro brasiliano ha raccontato l’ultimo capitolo della sua
ricerca sui temi cruciali della vita sulla terra nelle 54
fotografie di grande e grandissimo formato quasi tutte inedite
scelte per la mostra ‘Ghiacciai’, al Mart di Rovereto fino al 21
settembre. Altri dieci scatti campeggiano fino all 11 gennaio
prossimo sospesi nel ‘grande vuoto’ del Museo delle Scienze di
Trento.
Il progetto, curato da Lélia Wanick, moglie dell’ artista,
nasce da un’ idea del Trento Film Festival – che ha voluto una
sua foto nel poster dell’edizione di quest’anno – in
collaborazione con le due strutture museali e con Contrasto in
occasione dell’anno per la conservazione dei ghiacciai
proclamato nel 2025 dalle Nazioni Unite. L’artista aveva
risposto con entusiasmo quando lo scorso autunno gli era stato
proposto questo nuovo lavoro e aveva seguito personalmente il
processo di selezione e stampa delle foto, la scelta delle
cornici e del colore blu come sfondo delle opere, ha spiegato
Gabriele Lorenzoni, responsabile del coordinamento per il Mart. Una mostra ex novo, dunque, realizzata in tempi record. “È la
prima volta che Salgado affronta un tema su commissione ma è
stata la scintilla che ha acceso la sua passione – ha osservato
Lorenzoni -. In ogni sua mossa si vede che è un artista
impegnato nell’azione quotidiana politica e sociale per salvare
il pianeta. Un insegnamento di coerenza e di forza”.
Non c’è traccia dell’uomo tra i ghiacciai morenti su cui
Salgado ha posato l’occhio nei viaggi che lo hanno impegnato dal
2005 al 2011, tornando a più riprese e soggiornando a lungo
negli stessi luoghi, dai ghiacciai antartici al Canada, dalla
Patagonia all’Himalaya, dalla Georgia del Sud alla Russia. Le
uniche forme di vita che dominano la scena sono gli uccelli o le
sterminate colonie di pinguini. “Nel fare queste fotografie –
aveva spiegato in videoconferenza presentando la mostra – ho
incontrato poche persone, qualche scienziato, qualche turista ma
le condizioni di vita nella maggior parte dei ghiacciai estremi
rendono difficile la presenza umana a quattro-cinquemila metri
di altezza. Quando ho incontrato persone non ho scattato perché
non erano immagini interessanti. Ma il segno lasciato dall’uomo
l’ho visto”. In quell’immensa massa bianca che contrasta con il grigio
cupo del cielo e del mare, le geometrie scure delle rocce e lo
strato di cenere delle eruzioni vulcaniche, il grande artista
brasiliano ha cercato il significato profondo: “I ghiacciai
parlano, hanno un’anima, una vita e una forza gigantesca che
sposta masse rocciose”, aveva detto ricordando che “il Campo de
Hielo, tra Argentina e Cile, tra i più grandi ghiacciai del
mondo, si sta riversando verso l’oceano e quando lo scioglimento
sarà concluso il livello del mare salirà di circa un metro”.
Lo sguardo poetico del fotografo coglie la bellezza
mozzafiato delle montagne, iceberg e distese di neve e ghiaccio
in una atmosfera sospesa, come se ci si trovasse di fronte a
immagini del passato. “Non è una mostra di paesaggi – ha
rimarcato Lorenzoni – ma un modo per richiamare l’attenzione su
altre emergenze. La sua è un’arte politica al cento per cento”.
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Fonte Ansa.it