
“Quando sono intervistato o vengo
fermato per sapere alcuni aneddoti esclusivi sulla storia di
Pino che mi riguarda la mia risposta è sempre la stessa
ascoltate la sua musica con attenzione, i suoi testi e cercate
di immergervi nel suo straordinario mando artistico, questa è
l’unica vera realtà”. A parlare è Claudio Poggi, il produttore
discografico che ha scoperto Pino Daniele e che ha curato il suo
storico album d’esordio “Terra mia”, nel 1977.
Parlando del trailer del film “Je so’ pazzo”, diretto da
Nicola Prosatore e dedicato al compianto cantante scomparso a
Roma all’età di 59 anni, oltre 11 anni fa (il 4 gennaio 2015)
Poggi punta il dito contro “l’immagine più stereotipata e
riconoscibile della napoletanità da cartolina, quella del cibo,
della bocca piena, un gesto quasi caricaturale, per accompagnare
una scena che, nella realtà che ho vissuto, non è mai esistita
in quei termini”.
Il riferimento è a una scenda del trailer del film, in cui
Pino Daniele, “o meglio, della sua controfigura cinematografica
– spiega – viene ripreso con la bocca piena di friarielli mentre
le zie lo informano del concorso all’Alitalia”.
“Pino Daniele è stato un musicista che ha portato il dialetto
napoletano dentro il blues e il jazz internazionale, – ricorda
Poggi – che ha ibridato linguaggi restando scomodo e mai
bozzettistico” e “ridurre il rapporto tra un artista esordiente
e il suo produttore a uno scatto da trailer rischia di
trasformare la complessità di quegli anni in macchietta. È
l’ennesima Napoli-set fotografico: vicoli, gesti, cibo, invece
che la realtà, molto più prosaica e molto meno cinematografica,
di uno studio di registrazione a Roma, di un disco che vendette
poche migliaia di copie e che nessuno, tantomeno io, liquidò mai
con un giudizio così sbrigativo”.
“Se il trailer è già disseminato di scorciatoie – sottolinea
il produttore – l’immagine-cartolina, la battuta-manifesto, e
ora anche una frase che non mi appartiene” allora “è lecito
domandarsi se il film che arriverà il 15 ottobre nelle sale
saprà davvero aggiungere qualcosa alla comprensione di Pino
Daniele, o se si limiterà a confezionare, con maggiore budget e
trasformazione fisica dell’attore, l’ennesima agiografia di
un’icona che, paradossalmente, proprio per essere davvero
raccontata avrebbe bisogno di meno reverenza, meno invenzione, e
più rispetto per chi quella storia l’ha vissuta sul serio”.
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Fonte Ansa.it