
“I numeri ridotti delle detenute,
che rappresentano il 4% della popolazione carceraria totale in
regione, rischiano di renderle invisibili e di metterle in
difficoltà rispetto all’accesso ai diritti. Serve migliorare
l’accesso ai servizi sanitari e specialistici, potenziando la
parità nei percorsi culturali e formativi, e nelle opportunità
lavorative”. È la testimonianza raccolta dalla delegazione di
consigliere del Pd dell’Emilia-Romagna che, per la prima volta,
hanno fatto visite ispettive nelle sezioni femminili degli
istituti penitenziari del territorio.
“Siamo state a Reggio Emilia, Modena e Bologna e recupereremo
anche Forlì” ha spiegato, facendo il punto davanti al carcere
Dozza di Bologna, la consigliera e portavoce regionale delle
donne democratiche Marcella Zappaterra. La visita, dice, è
servita per “elaborare delle proposte politiche”, e “definire di
cosa possiamo farci carico noi, lavorando sul rafforzamento
della parità nell’accesso alla formazione” e quali sono, invece,
i temi “che deve affrontare il governo, come il
sovraffollamento”.
Insieme a lei, ci sono anche la vicecapogruppo del Pd in
Regione, Alice Parma, e la consigliera Simona Lembi. Il problema
principale, spiegano, è che in regione “le donne detenute sono
172, pari al 6% delle detenute presenti in Italia, e tutte sono
recluse in sezioni femminili interne a istituti prevalentemente
maschili. Questo significa che il sistema penitenziario continua
a essere organizzato soprattutto sui bisogni dei detenuti
uomini”.
Secondo i dati raccolti dal Garante regionale dei detenuti,
Roberto Cavalieri, nel secondo semestre del 2025 nessuna
detenuta in Emilia-Romagna ha partecipato ai percorsi di
formazione professionale conclusi nel periodo. Solo il carcere
della Dozza di Bologna presenta numeri da consentire attività
formative e lavorative strutturate. “Dato che le donne sono in
numero limitato rispetto agli uomini, a volte vengono escluse
dai bandi” ha spiegato l’assessora Gessica Allegni, che ha preso
parte al tour. “L’idea – conclude – è pensare a criteri che
garantiscano delle quote minime di partecipazione delle
detenute”.
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Fonte Ansa.it