
(di Francesca Pierleoni) Un poeta nel racconto senza sconti di
contraddizioni e crisi della società. Un intransigente ed
elegante indagatore del passato e del presente attraverso
rituali di classe in disfacimento e l’immersione in vite
difficili. Mondi potenti e rivelatori quelli creati da Luchino
Visconti, nei quali ha avuto come compagni di strada, fra gli
altri, Jean Cocteau, Thomas Mann, Giovanni Verga, William
Shakespeare, Giuseppe Verdi, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Anton
Cechov. Aristocratico e partigiano, ricercatore della perfezione
e sperimentatore fra scena e set, il conte ‘rosso’ moriva 50
anni fa, il 17 marzo del 1976 a Roma, mentre stava ultimando il
doppiaggio del suo ultimo film, L’innocente, e lavorava a un
adattamento di La Montagna incantata.
Un cinquantenario dalla scomparsa ricordato con una serie di
iniziative in Italia e all’estero: dalla retrospettiva di
Fondazione Cinema per Roma a quella di Ciné-histoire a Montreal
passando per la proiezione di Ludwig il 16 marzo al teatro alla
Scala. Nato a Milano, il 2 novembre del 1906, quarto di sette
fratelli, Luchino, conte di Lonate Pozzolo, è figlio del duca
Giuseppe Visconti di Modrone, imprenditore appartenente
all’antica nobiltà lombarda, e di Carla Erba, della ricca
famiglia di industriali farmaceutici. Colti e raffinati, i
Visconti introducono i figli fin da piccoli alla bellezza e
alla musica. Da contraltare c’è un’educazione molto rigida alla
quale Luchino, tanto ricettivo quanto ribelle non si piega. Dopo
gli studi, un breve periodo da militare e una fortunata
avventura come allevatore di cavalli, il giovane Visconti trova
a inizio degli anni ’30 la sua strada a Parigi dove l’amica Coco
Chanel gli fa conoscere gli intellettuali vicini al Fronte
Popolare come Jean Cocteau, Luis Bunuel, Man Ray e soprattutto
Jean Renoir, di cui diventa assistente volontario. Nel 1939,
anno in cui muore la madre, Visconti si trasferisce a Roma, e si
lega al gruppo di intellettuali antifascisti intorno alla
rivista Cinema, come Umberto Barbaro, Giuseppe De Santis, Mario
Alicata, Pietro Ingrao, con i quali lavora a varie
sceneggiature. La sua opera prima è Ossessione (1943), con
Massimo Girotti e Clara Calamai: storia cupa e passionale,
ispirata da un romanzo di James Cain, che intreccia amore
clandestino e morte. Il film, osteggiato dalle autorità fasciste
diventa un apripista al neorealismo (un termine nato proprio dal
montatore di Visconti, Mario Serandrei). Intanto il cineasta si
impegna sempre di più nella Resistenza, nascondendo armi e
persone nella sua villa. Per questo viene arrestato e torturato
dalla famigerata Banda Koch nella pensione Jaccarino, da cui
esce solo grazie all’intercessione dell’attrice María Denis.
Nel 1945 per Visconti arriva l’approdo alla regia teatrale
con I parenti terribili di Jean Cocteau, ritratto di una
famiglia dilaniata. Guardare ai nuclei famigliari attraverso “le lotte interne i dissidi e le loro ripercussioni” spiega il
regista, diventa per lui una costante. Il suo secondo film è La
terra trema (1948), libero adattamento, nel segno del realismo, da I Malavoglia di Verga, recitato da veri pescatori e abitanti
di Acitrezza. L’insuccesso al botteghino riporta il regista al
teatro, dove fa scoprire all’Italia i veristi americani, da
Tennessee Williams ad Arthur Miller. Il ritorno al cinema c’è
nel 1951 con Bellissima, storia di sogni e illusioni incarnata
da Anna Magnani, che segna anche l’inizio del sodalizio in
scrittura con Suso Cecchi d’Amico.
Anni nei quali Visconti debutta pure come regista d’opera:
un’affinità elettiva esaltata dalla collaborazione artistica con
Maria Callas. Proprio un matrimonio tra narrativa, pittura,
musica e cinema, sullo sfondo della terza guerra d’indipendenza,
anima il racconto di ideali perduti e tradimento di Senso
(1954), con Alida Valli, dalla novella di Camillo Boito. Il
percorso del regista continua, fra gli altri, con un’altra
famiglia che si distrugge in un mondo ostile, quella di Rocco e
i suoi fratelli (1960) ed arriva a Il Gattopardo (1963), dal
romanzo di Tomasi di Lampedusa, con Burt Lancaster, Claudia
Cardinale e Alain Delon. Un capolavoro di messa in scena,
affresco d’epoca e analisi sociale che gli fa vincere la Palma
d’oro a Cannes. Nel 1965 arriva anche il Leone d’oro con uno dei
film a cui resta più legato, Vaghe stelle dell’orsa…. Dopo il
poco apprezzato Lo straniero (1967), Visconti ritrova il
successo con La caduta degli dei (1969), primo capitolo della
sua ‘trilogia tedesca’. Il film è un’immersione disturbante
nell’abisso morale ed etico in cui sprofonda una famiglia di
industriali in Germania negli anni dell’ascesa di Hitler. Nel
cast Dirk Bogarde, Ingrid Thulin e Helmut Berger (ultimo grande
amore nella vita del regista).
Un anno dopo arriva Morte a Venezia (1971), adattamento
struggente, ed estetizzante del romanzo di Mann. La trilogia è
chiusa dal monumentale Ludwig con Berger nel ruolo del decadente
Ludovico II di Baviera. Nelle ultime fasi della lavorazione, nel
luglio 1972, Visconti viene colpito da una trombosi, che lo
lascia semiparalizzato ma il cineasta si rimette dopo qualche
mese al lavoro. Dirige ancora due film: Gruppo di famiglia in un
interno (1974) e L’innocente dal romanzo di D”Annunzio (1976).
“Quasi tutti i miei personaggi sono degli sconfitti – spiega il
cineasta in una delle sue ultime interviste, concessa a Piera
Fogliani – perché sono quelli che mi commuovono di più.
Personalmente preferisco vincere, ma sento una grande
solidarietà per i vinti”.
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