
“Una volta era il boss, oggi è
l’ombra di sé stesso, mentre la leggenda svanisce e il mito cede
al crepuscolo”. Così Maurizio Dianese, cronista d’inchiesta del
Nordest e scrittore, racconta Felice Maniero, l’ex boss della
mala del Brenta, nel suo libro Come me nessuno mai. Le mille
vite di Felice Maniero bandito, presentato oggi a Trieste con il
giornalista Andrea Rinaldi e l’ex questore di Trieste Giuseppe
Padulano.
A muovere Dianese nella volontà di ripercorrere le vicende di
Maniero è stata, come ha spiegato lo stesso autore, “la
curiosità da giornalista”. Scrivere della sua vita “è stato
molto difficile, perché i primi 25 anni sono frutto di una
ricostruzione giornalistica, mentre quest’ultima parte l’ho
passata con lui, c’è il racconto suo in presa diretta. Sono
riuscito a mettere a confronto quello che ho ricostruito
storicamente con quello che lui dice. Ed è un personaggio
complesso. Teniamo presente – ha ricordato Dianese – che è stato
il più grande bandito di tutti i tempi del Nord Italia, ha avuto
la banda più grande, la più numerosa, con 450 uomini, la più
ricca in assoluto. E anche la più feroce”.
Di quell’uomo spavaldo e spregiudicato però, come ha
ricordato il giornalista, non resta molto, “adesso non è più
Felice Maniero, la malattia l’ha colpito duramente”. Ma la sua
figura, controversa, continua a suscitare interesse, e ciò “in
parte è legato al fatto che è stato magnificato e glorificato
dagli organi di informazione – ha ricordato Dianese – credo poi
che ognuno di noi sia attratto dall’esatto contrario del bene,
da quella che i Pink Floyd chiamano ‘the dark side of the moon’.
Vogliamo vedere il bandito, vogliamo sapere come una persona
che, apparentemente è simpatica, cordiale, alla mano possa
trasformarsi in uno spietato assassino”, ha concluso.
Riproduzione riservata © Copyright ANSA
Fonte Ansa.it