
“Benvenuti nella
libera Repubblica di Cospaia”. Così comincia il racconto,
all’ANSA, di Daniele Bistoni, appassionato studioso e
conoscitore della storia locale, per raccontare una delle pagine
più incredibili della storia italiana: un minuscolo Stato
indipendente che si autogovernò per quasi quattro secoli
nell’alta Valtiberina, oggi territorio comunale di San Giustino,
in provincia di Perugia, al confine esatto con la Toscana e la
città di Sansepolcro.
“La Repubblica di Cospaia è resistita quasi 400 anni grazie
alla volontà degli abitanti e al senso della libertà”, spiega
Bistoni, ricordando come tutto ebbe origine nel 1441, quando fu
necessario definire i confini dopo l’annessione di Sansepolcro
al dominio fiorentino. I tecnici incaricati di tracciare la
linea di confine decisero di affidarsi a un ruscello chiamato “Rio”, senza sapere che in realtà nella zona i rii erano due,
entrambi indicati con lo stesso nome: il Rio Riascone e il Rio
della Gorgaccia. “Quelli di Firenze indicarono un Rio, quelli
dello Stato Pontificio un altro. Così venne fuori l’errore
topografico”, racconta. E Cospaia si ritrovò terra di nessuno.
Gli abitanti colsero l’occasione: “Si resero conto e
dissero: siamo liberi”. Nacque così una repubblica senza
esercito e senza dazi, capace di autogestirsi ricorrendo, quando
necessario, ai tribunali di Città di Castello o di Sansepolcro.
“Se arrivavano le truppe del Granducato, chiedevano aiuto allo
Stato Pontificio, e viceversa”, ricorda Bistoni.
Il cuore simbolico di quella libertà è ancora oggi nella
chiesa della Santissima Annunziata, detta del Gonfalone. “Qui
c’è un’epigrafe, l’unica legge scritta di questo Paese: Perpetua
et firma libertas, eterna e ferma libertà”, aggiunge Nadia
Burzigotti, anche lei appassionata storica del territorio, che
guida tra i luoghi dell’antico microstato. “Qui – prosegue – si
riunivano i capifamiglia insieme al cappellano e al curato, gli
unici che sapevano leggere e scrivere”.
Cospaia, spiega Burzigotti, era “uno Stato microscopico,
lungo circa due chilometri e mezzo, e largo al massimo 500
metri, un triangolo irregolare”. Eppure divenne anche un centro
di traffici, favorito dalla coltivazione del tabacco, la celebre “erba tornabuona”, e dalla sua posizione di terra franca.
“Questa era la via dei contrabbandieri”, ricorda Burzigotti,
parlando degli “spalloni” che trasportavano merci lungo i
sentieri dell’Appennino.
La fine arrivò nel 1826, quando il piccolo Stato, divenuto
anche rifugio di latitanti e contrabbandieri, non fu più
tollerato dai due confinanti.
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Fonte Ansa.it