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Osteria da Marino, cento anni di storia triestina e non solo

(di Francesco De Filippo) Potrebbe sembrare un libretto
omaggio, vettore di informazioni concordate in occasione dei
cento anni; non pubblicitario né frutto di una simpatica
operazione di piccolo marketing. Invece, nonostante la sintesi
del lavoro e la rapidità con cui esso si legge, “Osteria da
Marino. Una storia triestina un secolo” è molto di più. Si
potrebbe definire un inno (e un richiamo) alla triestinità.
    Micol Brusaferro, giornalista e notevole conoscitrice di
volti ed eventi del capoluogo giuliano, e Francesca Sarocchi,
laureata in psicologia per più agevolmente riuscire nel mestiere
di vendere case, entusiaste per poter raccontare le vicende
della antica osteria e di quelle che intorno a essa gravitano,
ne hanno tratteggiato una personalità e un ruolo che il turista,
e anche il “foresto” residente, ignorano. In una città che non
si lascia circuire troppo dai turisti che da un paio di anni
ormai la affollano per dodici mesi, “Marino” è rimasto uno dei
pochi luoghi aperti fino a notte fonda, e non solo per “bever”.
    E questa è la ragione principale oggi della sua notorietà. Ma
Brusaferro e Sarocchi, che il luogo lo frequentano da tempo,
scavando tra gli archivi e tra le memorie di tanti, hanno
attribuito a Marino una ben superiore importanza che non quella
legata a un mero orario.
    L’osteria, cioè, ha avuto nel tempo un vero ruolo sociale e
per varie ragioni. Prima di tutto per la longevità e
l’ubicazione dell’ esercizio commerciale: in via del Ponte, nel
ghetto ebraico, apre il 28 Maggio 1925 la “Ditta individuale di
Samuele Cesana”, una caffetteria. E diventa presto punto di
riferimento per tanti riscuotendo un vasto successo. Fino al
1940, quando Cesana è costretto a chiudere per l’entrata in
vigore delle leggi razziali.
    Il locale riaprirà i battenti solo sei o sette anni più tardi
– le autrici non hanno trovato la conferma di una data esatta –
grazie a Marino Furlan che lascerà alle pareti i tanti e
fantasiosi oggetti accumulati dalla precedente gestione, ma
trasfermerà la caffetteria in osteria. Rivitalizzando
immediatamente il collaudato spirito del posto: condivisione del
cibo, delle esperienze e dei racconti. Non è un caso se in
esergo Brusaferro e Sarocchi hanno pubblicato un pensiero di
Raymond Chandler: “Una buona storia non può essere concepita,
deve essere distillata”. E di distillati e di vino da Marino ne
scorrono a ettolitri.
    L’oste ci sa fare e si fida: i clienti affezionati entrano
per calarsi in una sorta di circolo dove tutti si conoscono;
coloro che ci vanno per la prima volta si trovano circondati da
un ambiente accogliente provi di steccati sociali. Marino
sistema uno dei primi televisori in commercio richiamando ogni
giorno un gran numero di persone; in un angolo pone invece “il
libro del puf” (debito) in cui gli avventori annotavano le
consumazioni; a fine mese il saldo del debito. Tanta fiducia
attrasse perfino un gruppo di uomini che, sempre allo stesso
tavolo ad angolo, vi fondarono un circolo massonico. Fino al
nuovo millennio l’osteria di Marino è stato un luogo obbligato
per ogni triestino, poi on le nuove generazioni è cominciato un
lieve declino che l’afflusso turistico in città sta rapidamente
colmando. E’ scomparso, ovviamente, il libro del puf ma
sopravvive anche con la gestione di Ivan Glavinic e Niels
Guermonprez, quello spiritaccio di libertà e rilassatezza, in
una parola amichevole.
   

Riproduzione riservata © Copyright ANSA

Fonte Ansa.it

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