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Bellocchio, le mie serie su Moro e Tortora non ideologiche

(di Francesca Pierleoni) Serie come Esterno notte, sul
rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, e ora Portobello
sull’arresto e la terribile vicenda giudiziaria vissuta da Enzo
Tortora, al debutto nel 2026 su Hbo Max, “sono nate da temi che
mi coinvolgevano profondamente, che sentivo dentro di me”. Sono
vicende che ha sviluppato in forma di serialità “perché sapevo
che entrambe avevano bisogno di più tempo, una cadenza che
curiosamente per entrambe è stata di sei puntate”. Parola di
Marco Bellocchio, protagonista con Alberto Barbera, direttore
della Mostra del cinema di Venezia nell’incontro Masters of
storytelling all’Italian Global Series Festival in corso a
Rimini e Riccione.
    Il cineasta, spiega subito che dell’atteso Portobello non può
ancora parlare ma nella conversazione con Barbera (che glissa
quando gli chiedono se il debutto possa avvenire proprio al
Lido), non mancano gli spunti sulla serie, che ha per
protagonista nei panni di Tortora Fabrizio Gifuni (già volto di
Moro in Esterno Notte), affiancato tra gli altri da Lino
Musella, Romana Maggiora Vergano, Barbora Bobulova, Carlotta
Gamba, Alessandro Preziosi, Fausto Russo Alesi e Salvatore
D’Onofrio.
    Come per Moro anche nel caso della serie su Tortora “non ho
voluto fare una serie ideologica. Portobello non è neutrale ma
neppure prevenuta, c’è una riflessione sulla giustizia ma c’è
anche molto altro. L’ideologia ormai è scomparsa, tutto sta
cambiando e continuerà a cambiare molto rapidamente soprattutto
per i più giovani. Ho affrontato queste storie, così
straordinariamente importanti, affrontandone la complessità,
senza essere nostalgico, anche se c’è una parte del pubblico in
Italia che quando proponi qualcosa di nostalgico, risponde”. Nelle serie che firma c’è “il mio sguardo ma anche una sua
suspense specifica, è anche quello che mi colpisce sempre nelle
serie americane belle. C’è sempre a un certo momento, uno
scatto, una sorpresa che ravviva l’interesse dello spettatore”.
    Rispetto ai temi, “la storia era l’unica materia in cui
eccellevo a scuola. Parto da quella e ci innesto sopra delle
forme personali. Penso ad esempio a pittori come Paolo Uccello
o Velazquez che nel dipingere grandi battaglie individuavano un
un loro segno personale. In questo caso, nella serie di
personaggi, si cerca di recuperare quanto più di reale
possibile, combinando su quello qualche ‘bizzarria'”. Centrale
anche il sodalizio con Fabrizio Gifuni: “Io amo gli attori che
come lui lavorano i testi a fondo, e che hanno una componente di
genio”.
    il regista ha tra i prossimi traguardi tornare a film “più
privati” e considera le sue due serie chiuse come racconti, “per
quanto su Moro si potrebbe anche andare avanti raccontando il
processo di beatificazione che è in corso – osserva -. Sarebbe
interessante riportarlo al tempo presente, ma non penso sarò io
a farlo”.
    Rispetto al legame da spettatore con le serie, tra quelle
italiane che gli sono piaciute di più ci sono The Young Pope di
Sorrentino e Dostoevskij dei fratelli d’Innocenzo: “So che ad
alcuni non è piaciuta, ma ha una sua originalità, è sfidante
rispetto alla banalità di certi racconti… c’è una produzione
seriale che è molto amata dal pubblico ma che non mi ispira”.
   
   

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Fonte Ansa.it

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