
(ANSA) – RAVENNA, 26 GIU – Hiroshima, Auschwitz:
un’indelebile associazione è incisa in quei nomi, diventati uno
spartiacque nella storia dell’umanità (e della disumanità): c’è
un “dopo” Hiroshima e Auschwitz che dovrebbe riassumersi nelle
parole “mai più”.
I due maggiori compositori polacchi del secondo Novecento,
Krzysztof Penderecki e Henryk Górecki, entrambi nati nel 1933,
hanno dedicato a quegli orrori, rispettivamente, la Trenodia per
le vittime di Hiroshima e la Sinfonia N. 3 Op. 36 “dei canti
dolorosi”, colonne portanti del concerto con cui Ravenna
Festival continua la propria riflessione su alcune fra le più
dolorose pagine della Storia. Il 27 giugno, alle 21 al Teatro
Alighieri, Aleksandar Markovic guida la Sinfonia Varsovia e
l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, a cui si unisce il
soprano Iwona Sobotka, in un programma che si completa con il
Concerto triplo di Beethoven, solisti Valentina Benfenati, primo
violino della Cherubini, il violoncellista Marcel Markowski
della Varsovia e al pianoforte il vincitore del Premio Abbiati
2022 Filippo Gorini.
Per qualche tempo fu in sesta posizione nella pop chart del
Regno Unito, subito dietro Paul McCartney: si stenta a crederlo
di una composizione di musica classica contemporanea,
soprattutto se fino ad allora il suo autore era rimasto
pressoché sconosciuto in Occidente. Era il 1992 e l’incisione
della London Sinfonietta della Terza Sinfonia di Górecki sfiorò
il milione di copie vendute. Scritta quindici anni prima, la
Sinfonia è una contemplazione del dolore animata da un senso di
partecipazione, e finanche identificazione, con le sofferenze.
Alla celebrità della Trenodia per la vittime di Hiroshima di
Penderecki ha contribuito il suo impiego cinematografico.
Composta nel 1961 per cinquantadue strumenti ad arco, alla sua
prima esecuzione Penderecki riconobbe la carica emotiva di
quegli archi urlanti e decise di dedicarlo alle vittime di
Hiroshima.
Tutt’altro clima si respira nel Triplo Concerto
beethoveniano: desideroso di rifarsi al più brillante sonatismo
parigino, Beethoven lascia all’Allegro il compito di introdurre
una profusione di idee da parte dei solisti e al Rondò alla
polacca quello di concludere con suadenti sonorità. (ANSA).
Fonte Ansa.it